giovedì 25 ottobre 2012

Un solo spirito con il Signore - Omelia 46 di san Macario

 

 

Un solo spirito con il Signore

 

Omelia 46 di san Macario

 

 

            1. La parola di Dio è Dio e la parola del mondo è mondo. Vi è grande differenza e distanza tra la parola di Dio e la parola del mondo, tra i figli di Dio e i figli del mondo, e ogni figlio assomiglia ai propri genitori. Se dunque ciò che è generato dallo Spirito desidera consegnare se stesso alla parola del mondo, alle cose della terra, alla gloria del secolo presente, muore e si perde poiché non è in grado di trovare il vero riposo della vita. Il suo riposo si trova là dove è stato generato. Soffoca infatti, come dice il Signore, e diventa sterile (Mc 4, 19) riguardo alla parola di Dio chi è sopraffatto dagli affanni di questa vita e incatenato da vincoli terreni. Ugualmente chi è dominato da una volontà carnale, cioè l’uomo che appartiene al mondo, se vuole ascoltare la parola di Dio, soffoca e diventa come privo di ragione. Abituati agli inganni della malizia, quando sentono parlare di Dio, ne provano vivo disgusto come infastiditi nel loro cuore da un discorso tedioso.

            2. Ma anche Paolo afferma: L’uomo psichico non comprende le cose dello Spirito; esse sono follia per lui (ICor 2, 14), e il profeta dice: La parola di Dio divenne per loro come vomito. Vedi non è possibile vivere altrove, se non presso quella parola dalla quale ciascuno è stato generato (cf. IPt 1, 23). Si può parlare di quest’argomento anche in altro modo. Se l’uomo carnale si decide a un mutamento, dapprima muore e diventa sterile rispetto alla precedente vita trascorsa nel male. Come uno che è colpito dalla malattia o dalla febbre e che, sfinito, giace a letto, pur non potendo compiere alcun lavoro di questa terra tuttavia in cuor suo non è in pace ma è distratto e preoccupato per il suo lavoro, e cerca un medico e gli manda i suoi amici, allo stesso modo anche l’anima, dopo la trasgressione del comandamento, è preda della malattia delle passioni e si ritrova priva di vigore, ma come si avvicina al Signore e crede in lui, ottiene la sua protezione e, quando rinuncia alla precedente vita di perversione, anche se ancora soffre dell’antica debolezza e non può compiere in verità le opere della vita, tuttavia ha la facoltà e la possibilità di preoccuparsi instancabilmente della vita, di supplicare il Signore, di cercare il vero medico.

            3. E non è vero, come dicono alcuni, trascinati da dottrine perverse, che l’uomo è morto una volta per sempre e che non può assolutamente compiere qualcosa di buono. Anche il bambino, se pure non può far nulla ed è incapace di raggiungere sua madre reggendosi sulle proprie gambe, tuttavia si rigira, grida e piange cercando sua madre ed essa si lascia commuovere e gioisce al vedere che il bambino la cerca con pena e grida; e se il bambino non è in grado di raggiungerla, è la madre stessa che a motivo del grande desiderio del bambino va da lui, prigioniera del suo amore per lui, e lo prende tra le braccia, lo consola, lo nutre con immensa tenerezza. Così si comporta il Dio amico degli uomini con l’anima che viene a lui e lo desidera con brama ardente. Anzi, spinto da un ben più profondo amore e dalla sua dolce bontà si unisce ai suoi pensieri e divine un solo spirito con essi, secondo la parola dell’Apostolo (cf. ICor 6, 17). L’anima aderisce al Signore e il Signore ha misericordia, l’ama, viene a lei e si unisce a lei, e i pensieri dell’anima rimangono incessantemente nella grazia del Signore; allora l’anima e il Signore diventano un solo spirito, una cosa sola, un solo pensiero. E se il corpo giace a terra, l’anima con i suoi pensieri vive tutta nella Gerusalemme celeste, sale fino al terzo cielo (IICor 12, 2) profondamente unita al Signore e lì lo serve.

            4. E il Signore, assiso sul trono della maestà nelle altezze (Eb 1, 3), nella città celeste, viene con tutto se stesso a lei, nel suo corpo. Egli ha posto l’immagine dell’anima in alto, nella città dei santi, nella Gerusalemme celeste (cf. Eb 12 22), e la propria immagine, quella dell’ineffabile luce della divinità, dentro al corpo dell’anima. Egli stesso serve l’anima nella città del corpo ed essa lo serve nella città celeste. Egli è sua eredità nei cieli, essa è sua eredità sulla terra. Il Signore diventa eredità dell’anima e l’anima diventa eredità del Signore. Se infatti i pensieri e il cuore dei peccatori che dimorano nelle tenebre possono essere tanto distanti dal corpo e peregrinare lontano e in un istante possono recarsi in regioni remote e sovente, mentre il corpo resta a terra, i pensieri si trovano in un altro paese presso l’amato o l’amata, e chi ha tali pensieri si vede come vivere là; se dunque l’anima del peccatore è così leggera e alata che il suo cuore non è trattenuto dalla lontananza dei luoghi, quanto più quell’anima il cui velo di tenebra è stato tolto dalla potenza dello Spirito santo e i cui occhi spirituali sono stati illuminati dalla luce celeste e che è completamente liberata dalle passioni disonorevoli e divenuta pura per opera della grazia, può con tutta se stessa servire il Signore in spirito nei cieli e con tutta se stessa servirlo nel corpo. E tanto si dilatano i suoi pensieri che essa è ovunque e può servire Cristo dove e quando vuole.

            5. Questo dice l’Apostolo: affinché siate in grado di comprendere con tutti i santi qual è la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conosciate l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio (cf. Rm 1, 9). Contempla gli ineffabili misteri dell’anima, dalla quale il Signore rimuove la tenebra che la ricopre, cui toglie il velo e si rivela. Come dilata e dispiega i pensieri del suo cuore aprendoli alla larghezza, alla lunghezza, alla profondità, all’altezza di tutta la creazione visibile ed invisibile! Davvero l’anima è un’opera grande, divina, meravigliosa! E quando Dio l’ha creata l’ha fatta così: non ha immesso nella sua natura alcuna malizia, ma l’ha creata a immagine delle virtù dello Spirito; ha deposto in essa le leggi della virtù: discernimento, scienza, saggezza, fede, carità e le altre virtù, a immagine (cf. Gen 1, 26-27) dello Spirito.

            6. E ancora adesso l’anima possiede scienza, saggezza, carità, fede, e il Signore le si rivela. Ha deposto in essa un’intelligenza, dei pensieri, la volontà, le profondità del cuore che guidano l’anima; l’ha dotata ancora di grande sottigliezza, l’ha fatta agile, alata, infaticabile, le ha dato la facoltà di andare e venire in un istante, di servirlo con i suoi pensieri, dove lo Spirito vuole. In una parola, così l’ha creata perché possa divenire sua sposa, congiungersi e unirsi a lui, e diventare un solo spirito con lui, come sta scritto: Chi aderisce al Signore forma con lui un solo spirito (ICor 6, 17).

            A lui sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

Da: PSEUDO-MACARIO, Spirito e fuoco. Omelie spirituali (collezione II), Magnano (VC), 1995, 391-394.

mercoledì 24 ottobre 2012

"Kirye, eleison (quaranta volte)…" del metropolita Emilianòs Timiadis





Kirye, eleison (quaranta volte)…

 
del metropolita Emilianòs Timiadis

 

 

            Kyrie, eleison! Lo sentiamo così spesso. Lo pronunciamo così spesso. Esso ricapitola, forse, il carattere basilare della vita spirituale ortodossa e il fondamento del pentimento. In ogni ufficiatura della nostra vita liturgica non solo non è assente, ma viene spesso ripetuto. Lo incontriamo dovunque, sia nella Divina Liturgia che negli eventi felici o tristi dell’esistenza cantati dalla nostra Chiesa: nozze, battesimi, commemorazioni funebri, esequie…

            Qualunque sia la richiesta indirizzata al Dio trinitario, e in qualunque circostanza, tale grido di supplica non può mancare.

            L’assemblea ecclesiale risponderà con il Kyrie, eleison ad ogni implorazione e preghiera.

            Chi lo pronuncia, persino nella solitudine o nella notte, in ore di insonnia o di difficoltà, e lo ripete con compunzione, penetrando nelle sue parole, può vedere i cieli aperti e Dio chinarsi al suo grido. Constaterà, allora, il miracolo della preghiera, quanta potenza essa celi e quanto attiri la misericordia di Dio. Perché tali sono gli attributi di Lui: pietoso, filantropo, compassionevole, longanime, ricco di misericordia e bontà.

            Con tale antichissima domanda liturgica del Kyrie, eleison, non aggiungiamo, da parte nostra, nessun valore o grazia a Dio, che è, per sua natura, perfetto e santissimo. Di conseguenza, dicendo Kyrie, eleison, noi, i caduti, i poveri, i nudi e privi di forza sufficiente nella lotta titanica contro il male, rendiamo un servizio a noi stessi.

            Quanti fanno vita ascetica e ripetono 40 volte, se non di più, il Kyrie, eleison, che è la nota preghiera del cuore (o noerà), sentono immancabilmente la sua azione tonificante.

            Quanti pregano con lacrime, “dal profondo”, vedono forze insperate zampillare dentro di loro.

            Questa ripetizione frequente, per non dire incessante, del Kyrie, eleison riveste, in aggiunta, una finalità pedagogica. Perché in tal modo persino i più distratti possono entrare nel loro intimo e giudicare errori, cadute, irregolarità, colpe. Possono allora cominciare a comprendere quanto affermavano i Padri sulla preghiera del cuore, la preghiera composta delle due parole basilari per la nostra fede, la preghiera che è il compendio di tutte le preghiere.

            San Giovanni Crisostomo, pieno di meraviglia per il perdono immediato prodotto da queste due parole, commenta: “Sospira amaramente. Ricorda i tuoi peccati, alza lo sguardo al cielo, di’ dentro di te Pietà di me, o Dio, e la tua preghiera sarà completa. Poiché colui che ha detto Pietà si è confessato e ha acquisito conoscenza dei suoi personali peccati. In effetti, il perdono spetta ai peccatori. Chi ha detto Pietà di me ha ottenuto la remissione per i suoi errori e chi ha ricevuto pietà non è soggetto a castigo. Chi ha detto Pietà di me ha guadagnato il regno dei cieli, poiché colui cui Dio fa misericordia non viene solo liberato dal castigo dell’inferno, ma viene anche reso degno dei godimenti futuri” (PG 54, 667).

            Ogni persona reciti con fede e umiltà il Kyrie, eleison. Non esitiamo a rivolgerlo a Dio persino nel momento della nostra morte. Finché viviamo ed affrontiamo le difficoltà, i pericoli e le passioni della vita, ci è necessario il Kyrie, eleison.

Ma quando tutte queste realtà cesseranno e ci troveremo in quel porto cui siamo destinati, il porto del nostro riposo, ove non esiste “dolore, tribolazione  e gemito, ma vita senza fine”, allora potremo, oramai, unire le nostre voci alle dossologie incessanti degli angeli del Signore e cantare all’onnipotente creatore e Dio nostro: “Alleluia!”.

 

 

Da: E. TIMIADIS, “Pietà di me, o Dio”. Il pentimento di Davide nel Salmo 50, Katerini 1991, 137-139. [in greco].

martedì 23 ottobre 2012

La crescita nella preghiera dell’Archimandrita Sofronio

 
San Silvano dell'Athos e il diacono Sofronio Sakharov
(settembre 1933)
 
 
La crescita nella preghiera dell’Archimandrita Sofronio
 
 
Il fine ultimo della preghiera rimane immutato nei secoli, ma questa, senza perdere l’unità della sua aspirazione iniziale, cambia continuamente contenuto nella vita di un uomo. Talvolta abbraccia tutto il mondo, nella sua incertezza, talaltra si concentra invece sulla necessità di un momento particolare. Situazioni diverse possono alimentarla: un pentimento personale, la pietà per il prossimo, la richiesta che ad altri sia concessa la grazia, la ricerca della luce nei momenti d’incertezza, le manifestazioni di riconoscenza a Dio per il suo amore previdente o di estasi davanti a Dio salvatore, e ancora molte altre.
Come raffigurare la sete di Dio, la luce che da lui scaturisce e la sua forza che agisce in noi? Riconosco la mia totale incapacità, poiché vedo che non riesco a evitare di ripetere la stessa cosa.
Più di una volta la mia preghiera (se così si può chiamare ciò che in realtà mi accadeva) ha toccato limiti di inammissibile superbia. Vedendo che non cessava l’incubo delle violenze perpetrate dai signori e dai principi della terra sui “propri fratelli” (cf. Mt 23, 8), con l’amaro nel cuore ho detto: “Se tu hai creato tutto quello che esiste, se senza di te niente ha iniziato a esistere (cf. Gv 1, 3), allora tutti questi abominevoli criminali, capaci di versare il sangue di milioni e milioni di uomini in tutta la terra per i pochi giorni in cui possono godere il piacere perverso di esercitare il potere su povera gente, non devono essere sottoposti a giudizio e non sono responsabili… Tu, creatore di tutto, sei l’unico colpevole del dolore incommensurabile sulla terra…”. Forte è stata questa tentazione, in quanto mi trovavo al limite tra la disperazione e quasi la pazzia, una lugubre disperazione in cui non si vedeva alcuna via d’uscita. E il Signore mi ha visitato di nuovo: la sua pace ha toccato il mio cuore, e il mio pensiero ha cominciato a fluire per un altro corso: il Padre ha mandato suo Figlio nel mondo perché il mondo si salvi, il suo Unigenito Figlio che è stato ucciso. Ma ecco che egli è risorto vittorioso sulla morte e, come sovrano dell’eternità, “giudicherà i popoli secondo giustizia” (Sal 9,9; Eb 10, 31).
E allora? Non è entro i confini della terra che si risolve la questione del bene e del male. Coloro che sono andati in olocausto come pecore “senza opporsi al male” (Mt 5, 39) saranno simili al Figlio del Padre (cf. Is 53, 7) e risorgeranno con lui nella gloria imperitura.
Ahimè, ho lottato per la seconda volta con Dio nella stessa prospettiva. Ma tutta la mia vita successiva ha avuto bisogno che fosse risolta in maniera categorica la questione, che è il problema cardine di cristianesimo: come reagire alle persecuzioni compiute dal principe (dai principi) di questo mondo? Il Signore ci ha dato la grazia di avere i suoi stessi pensieri: Pietro nell’orto del Getsemani si è comportato “da uomo” (cf. Mt 16, 22-23). Ma Cristo gli ha detto: “Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?” (Gv 18, 11).
Questa è stata per me la via per la quale ho ricevuto direttamente dall’alto l’insegnamento attraverso la preghiera. Così mi si è svelato il senso della Lettera agli Efesini sulla profondità, l’ampiezza e l’altezza del disegno divino che ci riguarda (cf. Ef 3). La nostra vita terrena, in effetti, non è più di un breve momento, datoci dal Padre buono, perché possiamo penetrare nell’amore kenotico per Cristo, superiore a ogni comprensione. Al di fuori di questa strada nessuno potrà “realizzarsi in tutta la pienezza divina”. Qui siamo posti sulla croce, sia pur invisibile, ma solo in questo modo possiamo cogliere la grandezza dell’uomo e l’abisso inesplorabile dell’essere divino. È impossibile esprimere a parole la ricchezza che il Padre ci ha consegnato per mezzo della croce.
Dio è in sé indivisibile. Quando viene, viene tutto e quale è nel suo essere eterno. Noi non lo possiamo comprendere. Egli svela a noi se stesso attraverso il “punto” in cui noi bussiamo: “Bussate e vi sarà aperto” (Lc 11, 9). Dio pronuncia una breve frase, ma la vita non basta a esaurirne il contenuto. Pieni di venerazione percepiamo il suo luogo d’origine, poiché vediamo che egli desidera trasmetterci la sua vita che non ha inizio, che vuole renderci, fino alla perfezione, simili a suo Figlio, l’“impronta con la stessa immagine del Padre”. Incomprensibile è il suo disegno d’amore su di noi. Dal “nulla” egli crea dèi simili a lui. E tutto il nostro essere si inchina commosso davanti a lui, senza temere il signore severo, ma amando umilmente il padre.
Il Signore mi ha preservato da tutti quei legami, che sarebbe stato difficile spezzare. E così, quando ho avuto bisogno di essere esente da qualsiasi responsabilità per un’altra vita, disponevo già di questa libertà. Ho ringraziato Dio per questo suo disegno a mio riguardo. Ero tranquillo al pensiero che, se fossi morto, nessuno avrebbe subito una perdita. Grande era la mia felicità, in quanto potevo affrontare senza timore ogni rischio, persino la morte. La mia mente si è raccolta con tutta la sua attenzione, e così è rimasta irrimediabilmente per degli anni. La preghiera cambiava in forma e intensità: non sempre mi attraeva, infatti, con lo stesso potere, e di tanto in tanto mi abbandonavo a essa senza esserne sazio. E se allora (ero ancora in Francia, prima della mia partenza per l’Athos) avessi voluto fermarla, non avrei potuto. In quei giorni benedetti ero il più infelice sulla terra e, al contempo, beato fino all’eccesso.
Talvolta un fuoco invisibile mi lambiva la sommità del capo, penetrando velocemente nel corpo fino ai piedi, e una preghiera ardente, accompagnata a un gran pianto per il mondo, si impadroniva di me. Allora pregavo soprattutto stando in ginocchio e con la fronte sul pavimento. Quando il corpo era stremato mi addormentavo, ma chiaramente nella mia coscienza non cessavo di pregare e sentivo che stavo dormendo. Solo dopo essermi destato potevo rendermi conto che il mio corpo aveva dormito, dato che non era sempre nella posizione che avevo assunto quando ero in preghiera.
Due volte, per le strade di Parigi, a causa della intensità della preghiera persi coscienza del mondo materiale attorno a me, pur riuscendo ad arrivare là dove ero diretto. In un certo senso mi dispiace che non ci sia stato con me un testimone che potesse descrivere il mio comportamento in quei momenti.
Una volta (a Parigi) presi parte a una serata di un poeta molto famoso, che leggeva le sue opere. Era presente un pubblico raffinato, e tutto era stato organizzato proprio come si doveva, dal punto di vista mondano. A mezzanotte tornai a casa. Per strada pensavo a come si potesse mettere in relazione questa espressione della creazione dell’uomo, una delle più nobili, con la preghiera. Entrato in camera iniziai a pregare: “Dio santo, santo e forte, santo e immortale”… Ed ecco che un qualcosa di leggero come l’aria, diverso dallo Spirito divino, accese una sottile fiamma invisibile e dolce sulla superficie del mio viso e del mio petto.
Ho vissuto dentro di me il processo sorprendente della lotta tra l’inclinazione per l’arte e l’inclinazione per la preghiera. Quest’ultima ha vinto sulla passione del pittore, ma non è stato facile né rapido. Poi, all’istituto teologico, essa non mi ha aiutato a concentrarmi sulle materie insegnate. Mi è toccato lottare con questo particolare ostacolo, di per sé prezioso. All’istituto la vita mi è stata facilitata dall’avere la camera sopra gli appartamenti dei professori, nella quale potevo pregare nella mia posizione abituale. E tuttavia, pur con tutto il mio interesse per le scienze religiose, mi accorgevo che il mio bisogno spirituale, quello di permanere nella preghiera, restava inappagato, e così partii per l’Athos.
Là, sulla Santa Montagna, la mia vita è entrata nei suoi binari. Quasi tutti i giorni, dopo la liturgia, la gioia pasquale mi ricolmava. E, per quanto possa sembrare strano, la mia preghiera incessante, come un’eruzione vulcanica, scaturiva dalla profonda disperazione che mi si era insediata nel cuore. Due condizioni, in apparenza diametralmente opposte, si mischiavano dentro di me. Scrivo la pura verità. Io stesso non riuscivo a capire che cosa mi stesse succedendo. Esteriormente non ero meno fortunato della maggioranza degli uomini.
Più tardi mi si è chiarita la situazione: il Signore mi aveva dato la grazia del pentimento (cf. Lc 24, 47). Sì, era una grazia. Appena dentro di me la disperazione si indeboliva e la preghiera perdeva interesse, la morte mi stringeva il cuore. Attraverso il pentimento il mio essere si è dilatato a tal punto, che con lo spirito ho toccato l’inferno e il regno dei cieli. Dall’inizio della prima guerra mondiale (1914) la notizia delle migliaia di morti al fronte faceva sprofondare, nella mia coscienza, tutto l’essere cosmico nella tenebra impenetrabile dell’assurdo. Non potevo accettare né la morte né l’assurdo. Allora dentro di me si insinuò un pensiero (loghismòs): tutto ciò che avevo amato, che vive e mi ispira, tutto ciò che è buono e giusto, persino Dio, muore in me e per me, se io sparisco del tutto… Forte è stata questa esperienza, ed è diventata convinzione che l’Io umano può diventare il centro ricettivo dell’universo intero.
Vivevo in due mondi: uno lo percepivo attraverso la vista, l’udito e gli altri sensi, ma nell’altro io ero solo spirito, ero tutto “udito”, tutto attesa… Sforzai la “vista”, ma vedevo in altro modo. Questi due mondi, così diversi, nella preghiera non si separarono. Di giorno la preghiera fluiva nel mondo percepibile, mentre di notte mi trasportava nella “sfera mentale” (non so come chiamare quell’infinità che mi abbracciava). Leggendo l’evangelo mi sembrava di conoscere tutte le parole, ma non potevo cogliere ciò che si cela dietro ciascuna di esse nell’Essere divino. Una cosa mi era sorprendentemente chiara, e cioè che tutto è in Cristo, Figlio di Dio, e solo in lui. E io pregavo lui. Mi appellavo anche al Padre, perché lo Spirito di verità, che da lui scaturisce, scendesse fino a me, per guidarmi a tutta la verità (cf. Gv 16, 26; 16, 13). La mia ricerca del Dio nascosto trovava eco nell’Antico Testamento, dove incontravo molte parole per esprimere le mie necessità. Mi erano vicine le esplosioni di sdegno di Giobbe, e anch’io mi lamentavo come i profeti che erano stati prima di Cristo; attingevo ispirazione per la preghiera dai salmi, ma, in effetti, ho studiato solo sul Nuovo Testamento, attraverso il prisma dal quale ho appreso tutto il resto, indipendentemente da dove provenisse. La mia fame di conoscere Dio era inesauribile: per quanto pregassi ed emettessi profondi sospiri, non riuscivo a saziarmi. Questo è stato sull’Athos il mio “calice”: dolore e gioia vi si mescolavano sciogliendosi l’uno nell’altra. La mia mente non aveva davanti a sé delle strade, in quanto ero del tutto sconcertato, e il dolore mi pervadeva. Ma è proprio in questa atmosfera di dolore spirituale che ho compreso la grandezza dell’uomo. E non è forse questo dolore santo uno dei canali attraverso cui Dio l’Altissimo si rivolge direttamente alla sua creatura facendogli gradatamente conoscere non solo la natura del creato e del cosmo, ma anche se stesso?
Il beato starec Silvano, quando gli apparve il Signore vivente, poté conoscere con tutto il suo essere l’“indescrivibile umiltà divina”. La parola dello starec è stata efficace per molti, e anche per uno come me, debole di comprendonio. E così, grazie a lui, mi si è chiarito che alla base di tutte le tragedie del genere umano sta la caduta nella superbia. Questa passione è la vera essenza dell’inferno e, in verità, rappresenta le profondità sataniche. Ora che scrivo, mi ricordo con profonda vergogna che questo spirito sacrilego e invidioso, molto prima del mio incontro con lo starec, una volta mi aveva indotto a pensare: “Perché Cristo è l’unigenito, e non io?”. È stato un momento, ma il perfido fuoco mi aveva bruciato il cuore… Dio mi ha salvato, e inoltre mi si è svelato il mistero di tutte le cadute.
Dio mi ha salvato, e il mio amore per lui è cresciuto. Ma è rimasta per sempre in me la coscienza che nessuno si salva con le proprie forze. Nessuno può essere sicuro che un pensiero, venutogli in mente, non si impadronisca di lui per l’eternità. Nel deserto il Signore è uscito vincitore su tutte le tentazioni di questo spirito (Mt 4, 1-11). Dio mi ha salvato. Ma io ero terrorizzato dal fatto che potessero venire pensieri simili. Pensavo: “Non ho speranza di salvarmi… Per Dio non è possibile accogliermi per l’eternità così come sono (cf. Gv 17, 21-23). E anche per me sarebbe troppo gravoso essere con lui, se è necessario lottare sempre con le passioni”.
Il disegno divino è stato sorprendentemente sollecito nei miei riguardi, in quanto proprio al tempo opportuno il Signore ha fatto sì che incontrassi Silvano. È grazie a lui che nella mia vita interiore è avvenuta una rottura decisiva. È lui che mi ha insegnato a “Tenere la mente nell’inferno e a non disperare”. Grande è la mia riconoscenza al mio padre e starec. Mi sono reso conto che in passato il Signore aveva condotto anche me a questo stesso punto, ma ero stato troppo ottuso per comprendere la guida divina. Grazie a Silvano anche per me è stato possibile iniziare a conoscere le vie del Signore, e con trepidazione benedico il suo nome.
“Se uno mi ama, osserverà la mia parola… Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama… Chi non mi ama non osserva le mie parole… Chi mi respinge ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno” (Gv 14, 23.21.24; 12, 48).
Anche sull’Athos, e prima di farmi monaco, più di una volta la mia preghiera era stata interrotta da pensieri contrari a Dio. Così, in un momento in cui ero sottoposto dolorosamente al giudizio della parola divina, ho percepito la mia totale incapacità a mantenermi nello spirito dei suoi comandamenti, pur con tutti i miei tentativi, e ho pronunciato queste folli parole: “Tu non hai il diritto di giudicarmi. Per essere veramente il mio giudice tu stesso devi essere posto in condizioni uguali alle mie… Tu sei infinito nella potenza dell’essere che non ha inizio, mentre io, essendo una creatura, sono simile a un verme”.
La mia preghiera era rivolta a Dio “in genere”, tuttavia ho ricevuto una risposta nel mio cuore: “Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, perché è  Figlio dell’uomo” (Gv 5, 22-27). Fino a quel momento avevo letto queste parole moltissime volte, ma non le avevo mai considerate con questo significato. Ero stato coperto d’infamia, e provai vergogna. Ero sempre vissuto in condizioni più facili di quelle in cui si era svolta la vita terrena di Cristo. Invero egli ha il diritto di giudicare tutto il mondo. Non vi è nessuno che con le sue sofferenze possa superarlo. Esteriormente molti hanno sopportato e sopportano fino a ora terribili torture nelle camere delle prigioni moderne, ma qualitativamente il suo inferno, “l’inferno dell’amore”, è più doloroso di tutti gli altri.
“Il Padre … ha rimesso ogni giudizio al Figlio perché è Figlio dell’uomo”. Ma in che cosa consiste questo giudizio? Nell’aver mostrato che l’uomo può osservare il comandamento del Padre in ogni situazione in cui ci possiamo trovare. Non ho giustificazione quando mi richiamo alla mia impotenza “umana”. Allo stesso modo coloro che hanno seguito Cristo nella sua vita terrena hanno ricevuto il diritto di giudicare il mondo assieme a lui: “Non sapete che i santi giudicheranno il mondo?” (ICor 6, 2). Pietro ha chiesto al Signore: “‘Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?’. E Gesù disse loro: ‘In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, sederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele’”. (Mt 19, 27-28).
Perché accade questo? La risposta la troviamo nell’evangelo. I genitori del cieco nato avevano paura di quei giudei che avevano deciso che “se uno lo avesse riconosciuto come Cristo (cioè il Messia), fosse espulso dalla sinagoga” (Gv 9, 22 e 34). E ancora: “Anche tra i capi, molti credettero in lui, ma non lo riconoscevano … per non essere espulsi dalla sinagoga” (Gv 12, 42). “Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio” (Gv 16, 2). Non era piccolo il rischio di sottoporsi a quell’epoca all’ostracismo sociale. Gli apostoli, tuttavia, si erano decisi a questa impresa; quasi tutti furono uccisi per aver diffuso l’evangelo; da questa loro sequela deriva anche il “diritto” di giudicare.
 
 
Da: ARCHIMANDRITA SOFRONIO, La preghiera un’opera infinita, Magnano (BI), 2001, 44-56.

lunedì 22 ottobre 2012

Le realtà ultime

 
 
Le realtà ultime

 
 

Tratto dalla trascrizione di alcuni interventi seguiti dopo una conferenza del metropolita Anthony Bloom sul tema Comme un vivant revenu d'’entre les morts. Per ascoltare la registrazione dell’intera conferenza: http://masarchive.org/Sites/Audio/French/Mort.mp3

 

  

            D. – Lei ci ha suggerito che l’assenza di Dio sia un’assenza d’esistenza. Possiamo ammettere che alcuni saranno nella felicità eterna e altri nella sofferenza dell’esistenza eterna di Dio?

 
 
            A. B. – Alla prima metà della domanda risponderei sostituendo il termine “esistenza” con il termine “vita”. L’assenza di Dio è l’assenza della vita. Possiamo esistere materialmente, fisicamente, e comunque essere morti in mezzo ai morti, avere un’anima spenta, essere di quelli che non hanno mai provato il fremito della vita, la sua intensità creatrice; in fin dei conti, essere di quelli che non hanno mai scoperto che la pienezza della vita si chiama amare, e che amare è donare la propria vita. Nel linguaggio della scrittura e dell’esperienza della chiesa, l’amore non è un sentimento, un’emozione: è un livello di vita, una pienezza che s’intensifica donandosi.

            Quanto alla seconda parte della domanda, che riguarda la felicità e l’inferno eterni, credo che non ci siano risposte assolute e categoriche. Qui, piuttosto che affermare con certezza, noi possiamo soprattutto sperare. Alcuni parlano di salvezza universale; credo che non si tratti in questo caso di una “certezza della fede”, ma di una “certezza della speranza”. Possiamo sperare tutto dalla sapienza di Dio. Non conosciamo le vie del Signore. Alla fine, noi non sappiamo come, dopo essersi preso sulle spalle il fardello del mondo intero, egli saprà condurci all’eternità.

 

            D. – Dio ha soppresso e svuotato l’inferno con la sua discesa agli inferi. Cosa succederà al momento del giudizio finale? Ci sarà un nuovo inferno per i condannati?

 

            A. B. – Nelle preghiere che leggiamo nell’ufficio dei defunti, affermiamo che Cristo ha svuotato l’inferno. L’ha reso vuoto, prima di tutto, svegliando coloro che vi dormivano dai tempi più antichi. Ma lo ha anche svuotato della sua qualità di assenza irrimediabile. In Cristo che discende agli inferi, Dio ha preso possesso non solo del “cielo” e della “terra”, ma anche dei “luoghi inferiori” nelle loro profondità più profonde. Non esiste più lo stato di separazione, non esistono più luoghi spirituali dai quali Dio sarebbe assente. Anche se Dio non può coartare la libertà di nessuno.

            Il tema del giudizio finale presenta difficoltà particolari. Spesso ce lo immaginiamo come la ripresa del giudizio personale. Ognuno di noi ricomparirà davanti a Dio, in una situazione drammatica, spettacolare, e verrà pronunciato un giudizio definitivo. Siamo tenuti a vedere così le cose? Non vi è forse una differenza molto particolare tra il giudizio personale e quello finale? Nel giudizio finale non sono le nazioni e i popoli interi che compariranno davanti al volto del Signore, alcuni con la loro gloria, tutti con la loro vergogna? D’altronde, quando il genere umano starà davanti a Dio, non ci sarà, tra gli uomini, colui che in mezzo a essi si chiama Gesù di Nazaret? Se egli è il nostro giudice, non ha anche detto che sarà il nostro avvocato? La sua croce non è forse il “giudizio dei giudizi” come diceva uno dei padri?

            Un nuovo inferno? Ma sarà un “luogo” di sofferenza per l’assenza impensabile di Dio, o il risultato paradossale della nostra assenza dalla totale presenza di Dio? Non lo so. Bisogna mantenere l’equilibrio tra giustizia e speranza. Non ci può essere un paradiso imposto per forza, perché l’amore è libertà e il paradiso è pienezza dell’amore. Ma, allo stesso tempo, la sapienza e l’amore di Dio per gli uomini sono insondabili, e noi abbiamo non soltanto il diritto ma anche il dovere di sperare tutto.

 

            D. – A che cosa è servita la morte di Cristo, visto che noi continuiamo a morire?

 

            A. B. – Sì, noi tutti moriremo. Ma morire, per il cristiano, è addormentarsi nella pace del Signore, è nascere all’eternità. Non è perire, non è superare quella barriera al di là della quale non c’è più niente, al di fuori della corruzione del corpo e della dissoluzione di ogni essere. È entrare nella vita eterna, dove ogni anima vivente conoscerà faccia a faccia il Dio vivente. Più ancora, è attendere la resurrezione. Nel Credo, infatti, noi non proclamiamo l’immortalità dell’anima, ma la “resurrezione dai morti”. Noi crediamo a questa resurrezione, l’aspettiamo. Si potrebbe dire, al limite, che noi siamo gli unici veri materialisti, perché crediamo alla possibilità per la materia di essere trasfigurata, in Dio, per l’eternità.

 

            D. – Dio ha portato la vita agli inferi. Ma colui che merita l’inferno, e già lo conosce, come può dopo la morte carnale conoscere la vita?

 

            A. B. – C’è una cosa che noi dobbiamo imparare: a sospendere il giudizio, sugli altri e su noi stessi. Quando diciamo “colui che merita l’inferno”, condanniamo qualcuno, forse noi stessi. Ci sembra di saperne abbastanza per infliggere, con un nobile giudizio, tale condanna. Abbiamo torto. Forse sappiamo abbastanza della nostra indegnità, ma non sappiamo certamente abbastanza delle vie di Dio, della sua sapienza e della sua misericordia. Dire che meritiamo l’inferno, è una frase, credo, teologicamente falsa. Ci si appropria del diritto di giudicare, diritto che spetta a Dio solo. Quanto a conoscere l’inferno, sappiamo che qualche santo ha fatto questa quest’esperienza, ma chi di noi può affermare altrettanto? Quando parliamo dell’inferno della vita umana, dell’inferno che è la nostra società, parliamo di qualcosa che non è l’inferno. L’inferno è un momento al di là del quale non c’è più niente. È una linea al di là della quale risuona la parola di Dostoevskij: “Per essere liberati, è troppo tardi”. Adesso ho capito tutto, capisco che è troppo tardi per amare, troppo tardi per agire. Invece, nella vita, non è mai troppo tardi. Finché c’è in noi un filo di respiro, c’è anche un avvenire: un gesto, una parola, un pensiero possono trasformare e trasfigurare la vita…

            Nell’aldilà, possiamo dire che sarà troppo tardi? Niente, allora, sarà più nelle nostre mani, tutto sarà nelle mani di Dio. Entrare nel mistero della morte è entrare nel mistero dell’incontro. Giacché Cristo è venuto fin nella nostra morte, non potremo non incontrarlo giunti a quel momento.

            Allora, tutto sarà possibile.

 

 

Da: ANTHONY BLOOM, Alla sera della vita, Magnano (BI), 2000, 95-99.

 

domenica 21 ottobre 2012

La pace in alcuni insegnamenti di san Serafino di Sarov





La pace dell’anima

 

Non vi è nulla al di sopra della pace in Cristo, grazie alla quale vengono annientati gli assalti degli spiriti del cielo e della terra. “La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano le regioni celesti” (Ef 6, 12).

L’uomo ragionevole dirige il proprio spirito verso l’interiore e lo fa scendere nel cuore. Allora la grazia di Dio lo illumina e si viene a trovare in una condizione pacificata: pacificata perché la coscienza è in pace; più che pacificata perché nel suo intimo contempla la grazia dello Spirito Santo…

Possiamo fare a meno di rallegrarci quando vediamo coi nostri occhi di carne il sole? Quanto è maggiore la nostra gioia quando lo spirito vede, con l’occhio interiore, Cristo, il Sole di giustizia! Allora partecipiamo alla stessa gioia degli angeli. A questo proposito l’Apostolo ha detto: “La nostra patria è nei cieli” (Fil 3, 20).

Chi cammina nella pace raccoglie i doni della grazia come con un cucchiaio.

I Padri, essendo nella pace e nella grazia di Dio, vivevano a lungo.

Quando un uomo acquisisce la pace, può allora riversare su altri la luce che rischiara lo spirito… Ma deve ricordarsi della parola del Signore: “Ipocrita, leva prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Mt 7, 5).

Nostro Signore Gesù Cristo prima di morire ha lasciato questa pace ai suoi discepoli come un tesoro inestimabile, dicendo: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14, 27). Anche l’apostolo ne parla in questi termini: “La pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Fil 4, 7).

Se l’uomo non disprezza i beni di questo mondo, non può avere la pace.

La pace si acquisisce attraverso le tribolazioni. Chi vuol essere gradito a Dio deve superare molte prove.

Nulla contribuisce alla pace interiore più del silenzio e, se possibile, il dialogo incessante con se stesso e raro con gli altri.

Dobbiamo quindi concentrare i nostri pensieri, i nostri desideri e le nostre azioni sull’acquisizione della Pace di Dio e gridare incessantemente con la Chiesa: “Signore, donaci la pace”.

 

 

Come conservare la pace dell’anima?

 

            Dobbiamo dedicarci con tutte le nostre forze a salvaguardare la pace dell’anima e a non indignarci quando gli altri ci offendono. Dobbiamo astenerci dalla collera e impedire alla mente e al cuore qualsiasi movimento sconsiderato.

            Gregorio il Taumaturgo ci ha dato un esempio di moderazione. Avvicinato per strada da una donna di malaffare che gli chiedeva di pagare il prezzo della fornicazione che pretendeva avesse commesso assieme a lei, invece di sdegnarsi, Gregorio disse tranquillamente al suo compagno: “Dalle quello che chiede”. Preso il denaro, la donna fu gettata a terra da un demonio. Ma il santo scacciò il demonio con la preghiera.

Se ci è impossibile non indignarci, dobbiamo almeno frenare la lingua…

Per salvaguardare la pace, dobbiamo scacciare la malinconia e cercare di avere lo spirito allegro…

Quando un uomo non può provvedere ai propri bisogni, gli è difficile vincere lo scoraggiamento; ma questo riguarda le anime deboli.

Per salvaguardare la pace interiore dobbiamo evitare di giudicare gli altri.

Bisogna entrare in se stessi e chiedersi: “Dove mi trovo?”.

Dobbiamo evitare che i nostri sensi, soprattutto la vista, ci procurino distrazioni: i doni della grazia infatti appartengono solo a chi prega e si prende cura della propria anima.

 

 

            Da: IRINA GORAINOFF, Serafino di Sarov. Vita, colloquio con Motovilov, scritti spirituali, Milano, 1998, 196-198.

sabato 20 ottobre 2012

La creazione dell’uomo

 
La creazione dell’uomo

 
 

L’anziano – Nel primo capitolo della Genesi abbiamo letto una descrizione della creazione che terminava con l’uomo, il quale, in definitiva, appariva come una “creatura” fra le altre.

Forse, però, avrai notato una differenza. Per tutto ciò che non è l’uomo Dio si limita a “ordinare” e le creature appaiono. Dopo, invece, Dio dice: “Facciamo l’uomo: sia simile a noi, sia la nostra immagine. Dominerà… sugli animali selvatici”.

 

Il giovane – È vero. Si vede che Dio attribuisce un’importanza particolare all’uomo, quasi volesse farne il suo rappresentante sulla terra.

 

L’anziano – La cosa è ancora più precisa nel seguito del capitolo secondo della Genesi (Gn 2, 5-7):

“Sulla terra non c’era ancora nemmeno un cespuglio e nei campi non germogliava l’erba. Dio, il Signore, non aveva ancora mandato la pioggia e non c’era l’uomo per lavorare la terra. Vi era solamente vapore che saliva dal suolo e ne inumidiva tutta la superficie. Allora, Dio, il Signore, prese dal suolo un po’ di terra e, con quella, plasmò l’uomo. Gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo diventò una creatura vivente”.

 

Il giovane – Come mai esistono due racconti della Creazione?

 

L’anziano – Ciò dipende dal fatto che i primi libri della Genesi non raccontano una “storia” – una storia suppone un testimone, e al momento della Creazione Dio è assolutamente solo – ma vogliono farci conoscere il disegno di Dio sull’uomo, che lo Spirito Santo ha rivelato ai Profeti nell’Antico Testamento.

 

Il giovane – Che significato hanno questi due racconti?

 

L’anziano – Il primo ci presenta la creazione dell’universo che, come tu dicevi, Dio affida all’uomo.

Il secondo ci dice perché l’uomo viene creato per ultimo: per completare il mondo e guidarlo verso Dio, dal momento che, come ci dice il testo, per coltivare la terra è tanto necessario l’uomo quanto la poggia che la feconda.

Ora, questa responsabilità dell’uomo era così grande che Dio pensò di dovergli mettere accanto qualcuno per aiutarlo.

Tuttavia nessuna delle creature già esistenti gli era adatta, per cui “l’aiuto” venne all’uomo da lui stesso: “Allora Dio, il Signore, fece scendere un sonno profondo sull’uomo, che si addormentò; poi gli tolse una costola e rinchiuse la carne al suo posto. Con quella costola Dio, il Signore, formò la donna e la condusse all’uomo”.

Abbiamo qui un modo di agire che vuol farci capire che:

 

a) l’uomo e la donna condividono l’identica natura.

 

b) la donna è chiamata ad essere la compagna dell’uomo, colei che gli sta sempre accanto.
 

 

            Svegliatosi, l’uomo esclamò: “Questa, sì! È osso delle mie ossa, carne della mia carne… Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà alla sua donna e i due saranno una cosa sola”.

            Quando leggiamo nel testo che Dio ha plasmato l’uomo con la terra, possiamo pensare che il legame che abbiamo con tutta la creazione è molto importante; noi siamo plasmati con la stessa materia, apparteniamo alla stessa creazione, facciamo una cosa sola con essa (il nome dell’uomo,  Adamo, proviene dalla parola ebraica adamà = terra).

Dio però ha soffiato nell’uomo la vita: egli è una creatura viva perché Dio è con lui. L’uomo è vita perché Dio gli comunica continuamente la vita mediante il suo Soffio, la sua Presenza, la sua Potenza.

Dio ha creato l’uomo e la donna a sua immagine: l’intera umanità, in tutta la sua varietà, è creata a immagine di Dio. La grandezza, la bellezza e la libertà dell’uomo sono dovute al fatto che Dio l’ha creato a sua immagine.

Come Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – è UNO, così pure l’uomo e la donna, creati a immagine di Dio, sono chiamati a diventare UNO amandosi sempre più.

Ma se siamo a immagine di Dio, possiamo assomigliargli sempre più, diventare simili a lui: se lo amiamo e permettiamo che entri in noi il Soffio della sua vita divina.

Il fine dell’esistenza umana consiste nel somigliare sempre più al nostro divino modello.

 

Il giovane – Tu dici che l’uomo è stato creato da Dio a sua immagine. A me, però, hanno detto che l’uomo deriva dalla scimmia.

 

L’anziano – Come abbiamo visto nel capitolo precedente, ciò che ha creato “in principio”, Dio l’ha creato dal niente. L’uomo, invece, Dio non l’ha creato dal niente, ma servendosi di “un po’ di terra” e di tutto ciò che questa ha in sé. Come a dire che per realizzare l’uomo Dio si è servito della natura tutta intera e della sua evoluzione, senza escludere la scimmia, né il pesce, che fanno parte della terra.

L’uomo infatti è il punto finale e perfetto della creazione, nel quale l’intera creazione è come condensata, ricapitolata.

Inoltre, Dio ha animato l’uomo col suo Soffio personale, col suo Spirito personale.

Ora è proprio questa presenza di Dio stesso che illumina l’uomo, che fa risplendere su di lui la luce del suo Volto, ciò che distingue l’uomo dalla scimmia e da tutte le altre creature.

Questa Presenza di Dio, questo Soffio di Dio proiettano sull’uomo l’Immagine di Dio, gli conferiscono una bellezza, una “corona di gloria”, fanno di lui il re e il responsabile di tutta la creazione (cf Gn 1, 28-29; 2, 19-20).

 

 

Da: Dio è vivo. Catechismo per tutti scritto da un gruppo di cristiani ortodossi, Torino, 1989, 32-34.

venerdì 19 ottobre 2012

Signore compassionevole, buono e amico degli uomini...



Signore compassionevole, buono e amico degli uomini...

 

di Olivier Clément

 

 

Soprattutto, forse, padre Sophron mi ha fatto capire, delucidando la mia più profonda esperienza, da cosa siamo salvati. Ed è giustamente dall’inferno. L’inferno è il luogo ultimo della salvezza, come canta la liturgia pasquale: “Tutto ormai è riempito di luce, il cielo, la terra, e perfino l’inferno”. Sapersi salvati dall’inferno, salvati nell’inferno, sapere che la sola scelta è di essere il ladrone di destra o quello di sinistra, sempre un ladrone, scoprire non solo i propri peccati al plurale, ma un certo stato di separazione, di fallimento, di asfissia permanente è entrare in una radicale umiltà, in una permanente metanoia, questo “rivolgimento” del nostro afferrare il mondo, questa rottura dell’“idolatria di se stesso” che proiettiamo sugli esseri e sulle cose… “Tieni il tuo spirito nell’inferno, ma non disperare”. Dio incarnato, Dio sofferente sulla croce non solo la morte fisica, ma la morte spirituale, si trova ormai nel luogo stesso della sua propria assenza. Tutto è riempito di luce, perfino l’inferno.

“Sì, dicevo, l’inferno come condizione dell’umanità è abolito, ma la persona può richiudersi in se stessa, magari nel cristallo del suo spirito, e allora non è un altro inferno, non più generico, ma personale, la seconda morte di cui parla l’Apocalisse?”.

Ma padre Sophron mi spiegava dolcemente che non si può fare un discorso obiettivo sull’inferno, che non si può parlare dell’inferno per gli altri. Nessuno è solo, Dio non abbandona nessuno, la comunione dei santi, questi peccatori perdonati, corrode la prigione ultima, quella dell’io che si chiude in se stesso… La salvezza universale non può essere una certezza, sarebbe svuotare la vita spirituale della sua serietà, la libertà umana della sua grandezza tragica. Ma la salvezza universale deve essere l’oggetto della nostra preghiera, del nostro amore attivo, della nostra speranza. È così che padre Sophron è venuto a raccontarmi la storia del calzolaio di Alessandria, che si è trasmessa tra i monaci di generazione in generazione dal IV secolo. Antonio il grande, il padre dei monaci, l’atleta di Cristo, gli chiese un giorno di confermargli se era sulla buona strada. “Sì, gli disse il Cristo, va molto bene, ma c’è ad Alessandria un calzolaio che ti precede”. Antonio va a trovare il calzolaio. Ma quello non ha niente da dirgli, la sua vita è banale. Antonio si presenta. Il calzolaio si getta ai suoi piedi e gli dice: “Forse si tratta di questo. Di tutto quello che guadagno faccio tre parti uguali: una per quelli che sono più poveri di me, un’altra per la Chiesa, la terza per la mia famiglia”. Ma Antonio non è convinto. Lui stesso ha venduto tutti i suoi beni e distribuito il denaro ai poveri dopo aver udito leggere in chiesa l’ingiunzione di Gesù al giovane ricco: “Una sola cosa ti manca: va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri… poi vieni e seguimi”. Antonio rivela allora al calzolaio quello che il Cristo stesso gli ha detto. E il calzolaio riflette: “Forse è questo. Tutto il giorno, mentre lavoro, vedo passare tanta gente. Questa città di Alessandria è così grande. Allora prego: Che tutti siano salvati, solo io merito di essere perduto”.

L’inferno non è mai per gli altri. E colui che si scopre all’inferno e, in un certo senso, responsabile e complice dell’inferno, non può non incontrarvi il Cristo.

“Ma se rifiuta di aprire il cuore, allora l’inferno è eterno”.

“Allora siate sicuro che il Cristo vi si trova con lui…”.

 

 

Da O. CLEMENT, L’altro sole. Autobiografia spirituale, Milano, 1977, 180-183.