sabato 13 ottobre 2012

"La nozione biblica e patristica di salute-guarigione" di Pavel Evdokimov




La nozione biblica e patristica di salute-guarigione
 

di Pavel Evdokimov

 
 

            Sulla Croce, Gesù ha detto: Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno[1]. La Chiesa non può che seguire questa parola. Non sapere quello che si fa è esattamente il comportamento di un malato, di un insensato sordo e cieco, e perciò stesso non del tutto responsabile.

            Per l’Oriente la salvezza non ha nulla di giuridico, non è una sentenza di tribunale. Il verbo yacha in ebraico significa “essere al largo”, a proprio agio; nel senso più generale vuol dire liberare, salvare da un pericolo, da una malattia, infine dalla morte: il che esprime e indica il significato ben specifico di ristabilire l’equilibrio vitale, di guarire. Il sostantivo yecha, salvezza designa la liberazione totale, con la pace-shalom al termine. Nel Nuovo Testamento soteria in greco viene dal verbo sozô, l’aggettivo sȏs corrisponde al sanus latino e significa dunque restituire la salute a chi l’ha perduta, salvare dalla morte, termine naturale di ogni malattia. Per questo, l’espressione “la tua fede ti ha salvato”, comporta la versione: “la tua fede ti ha guarito”: i due termini sono sinonimi del medesimo atto del perdono divino, atto che tocca l’anima e il corpo nella loro stessa unità.

            In armonia con questa visione fondamentale, il sacramento della confessione, metànoia assai più che paenitentia, è concepito come “clinica medica”. Gli psichiatri credenti conoscono l’azione sacramentale dell’assoluzione, e mandano i loro malati a concludere il loro trattamento nella “clinica della Chiesa”. Il confessore, per Clemente di Alessandria, è come l’angelo di Dio capace di aprire l’anima del peccatore; egli è anzitutto un medico per guarire i malati, un “terapeuta di Dio”. La stessa preghiera prima della confessione lo dice “Tu sei venuto verso il medico: non andartene dunque senza essere guarito”. Il Concilio in Trullo (692) definisce questo carisma: “Quelli che hanno ricevuto da Dio il potere di legare e di sciogliere, si comporteranno da medici attenti a trovare il rimedio particolare che si richiede per ogni penitente e per ogni colpa del penitente”[2]. L’epitimìa, ammenda, non è una punizione, tanto meno il principio giuridico della “soddisfazione”: il padre spirituale cerca il rapporto organico tra il malato e il mezzo terapeutico, e trova le condizioni nelle quali l’uomo non è sollecitato dal peccato. San Giovanni Crisostomo precisa: “Il tempo non serve a nulla. Noi non chiediamo se la ferita è stata molte volte medicata, ma se la fasciatura ha fatto bene. Lo stato del malato dirà quando è il momento di toglierla”[3].

            San’Ignazio di Antiochia chiama l’eucarestia phàrmakon athanasìas, medicina di immortalità. Gesù Salvatore appare così come Guaritore divino che dice: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati… Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.[4] Secondo il canone citato del concilio in Trullo “il peccato è la malattia dello spirito”, e un ateo è un malato che ignora la natura maligna del suo stato: la morte spirituale, più temibile di quella della carne, lo minaccia. La sua salvezza sarebbe l’eliminazione del germe demoniaco, la lacerazione del velo posto sulla luce di Cristo, l’acquietamento della rivolta.

            Secondo Erma, nel suo Pastore: “Il Nome di Dio sostiene il mondo”, lo tiene in equilibrio, fa del caos il cosmo. Per questo la Chiesa canta il Trisagio nei momenti di perturbazione cosmica; l’invocazione trinitaria placa gli elementi sconvolti; è il medesimo significato del canto del Trisagio durante un rito funebre, quando il corpo è deposto in terra, e che esprime la fede nella risurrezione, nel ristabilimento della norma, nella santità ontologica.


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            La potenza dell’antidoto dà la misura dell’ampiezza del male. Il malato passa per una terapia a misura di Dio: il Medico, in luogo del paziente, muore, risorge, inaugura la sua terapia universale e radicale: Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.[5] La Croce è piantata sulla soglia della vita nuova, e l’acqua del battesimo riceve il valore sacramentale del sangue di Cristo.

            L’atto del perdono ci colloca nel cuore dei rapporti tra Dio, il Santo, e l’uomo, il peccatore: e bisogna cogliere l’infinita profondità di quest’atto. Esso non implica l’onnipotenza di Dio nel cancellare e rendere inesistente; si tratta dell’“Agnello immolato prima della fondazione del mondo”; si tratta di Cristo che, secondo san Paolo, “ci ha perdonato tutti i peccati, ha annullato il documento scritto del nostro debito e lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce”[6]: la creazione del mondo affonda le radici nell’immolazione, e il potere di perdonare viene dal prezzo del sangue versato dall’Agnello crocifisso. Prendendo sopra di sé i peccati del mondo, Cristo risponde all’amore del Padre con il suo amore indicibile in vece nostra, così manifesta il potere ‘morale’ di cancellare, di perdonare e di restituirci figli del Padre.

            Ma il fiat umano, espressione totale dell’atto di fede, proclamato dalla Vergine Maria, esige la stessa libertà del fiat creatore di Dio: perciò Dio accetta di essere rifiutato, misconosciuto, rifiutato dalla rivolta della sua creatura. Sulla Croce, Dio contro Dio, ha preso le parti dell’uomo e ha reso possibile la sua guarigione.
 

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            L’adagio patristico dichiara: “Ciò che non viene assunto da Cristo, non è salvato, non è guarito”[7]. Al posto di ogni uomo, Cristo assume, tra i peccati, quello dell’ateismo, della rivolta atea. Nel suo punto più spinto, l’ateismo è la “uccisione del padre”: esso rompe il cordone ombelicale che unisce l’uomo all’al di là, al Trascendente, rompe il legame con l’Abisso paterno e si adagia non nell’inesistenza di Dio, ma nella sua assenza. Il “sudore di sangue” di Cristo, la sua indicibile angoscia che attraversa il grido: Eloì, Eloì, lema sabactàni? – “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” – è una consumazione terribile proprio dell’assenza, del silenzio del Padre, del suo abbandono del Figlio. L’unico Uomo “abbandonato” al posto di tutti gli uomini è il Figlio unigenito, che passa attraverso la porta del grande silenzio carico del peccato di ogni uomo.

 

Da: P. EVDOKIMOV, L’uomo icona di Cristo, Milano, 1984², 128-131.



[1] Lc 23, 34.
[2] Canone 102: Mansi, t. XI col. 987.
[3] La natura inferma è risanata dall’antidoto della salvezza, insegna san Giovanni Damasceno (PG 94, 1332); Origene, per primo, mette la salvezza in rapporto con la parabola del Buon Samaritano-guaritore (PG 13, 1886-1888; 14, 856 A).
[4] Mt 9, 12-13.
[5] Gv 12, 24.
[6] Col 2, 13.14.
[7] PG 31, 181 C.

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