La nozione biblica e patristica di
salute-guarigione
di Pavel Evdokimov
Sulla
Croce, Gesù ha detto: Padre, perdonali,
perché non sanno quello che fanno[1]. La Chiesa non può
che seguire questa parola. Non sapere quello che si fa è esattamente il
comportamento di un malato, di un insensato sordo e cieco, e perciò stesso non
del tutto responsabile.
Per
l’Oriente la salvezza non ha nulla di giuridico, non è una sentenza di
tribunale. Il verbo yacha in ebraico
significa “essere al largo”, a proprio agio; nel senso più generale vuol dire
liberare, salvare da un pericolo, da una malattia, infine dalla morte: il che
esprime e indica il significato ben specifico di ristabilire l’equilibrio
vitale, di guarire. Il sostantivo yecha, salvezza designa la liberazione totale, con la pace-shalom al termine. Nel Nuovo Testamento soteria in greco viene dal verbo sozô, l’aggettivo sȏs corrisponde al sanus
latino e significa dunque restituire la salute a chi l’ha perduta, salvare
dalla morte, termine naturale di ogni malattia. Per questo, l’espressione “la
tua fede ti ha salvato”, comporta la versione: “la tua fede ti ha guarito”: i due
termini sono sinonimi del medesimo atto del perdono divino, atto che tocca
l’anima e il corpo nella loro stessa unità.
In
armonia con questa visione fondamentale, il sacramento della confessione, metànoia assai più che paenitentia, è concepito come “clinica
medica”. Gli psichiatri credenti conoscono l’azione sacramentale
dell’assoluzione, e mandano i loro malati a concludere il loro trattamento
nella “clinica della Chiesa”. Il confessore, per Clemente di Alessandria, è
come l’angelo di Dio capace di aprire l’anima del peccatore; egli è anzitutto
un medico per guarire i malati, un “terapeuta di Dio”. La stessa preghiera
prima della confessione lo dice “Tu sei venuto verso il medico: non andartene
dunque senza essere guarito”. Il Concilio in
Trullo (692) definisce questo carisma: “Quelli che hanno ricevuto da Dio il
potere di legare e di sciogliere, si comporteranno da medici attenti a trovare il rimedio particolare che si richiede per
ogni penitente e per ogni colpa del penitente”[2]. L’epitimìa, ammenda, non è una punizione,
tanto meno il principio giuridico della “soddisfazione”: il padre spirituale
cerca il rapporto organico tra il malato e il mezzo terapeutico, e trova le
condizioni nelle quali l’uomo non è sollecitato dal peccato. San Giovanni
Crisostomo precisa: “Il tempo non serve a nulla. Noi non chiediamo se la ferita
è stata molte volte medicata, ma se la fasciatura ha fatto bene. Lo stato del
malato dirà quando è il momento di toglierla”[3].
San’Ignazio
di Antiochia chiama l’eucarestia phàrmakon
athanasìas, medicina di immortalità. Gesù Salvatore appare così come
Guaritore divino che dice: Non sono i
sani che hanno bisogno del medico, ma i malati… Non sono venuto a chiamare i
giusti, ma i peccatori.[4]
Secondo il canone citato del concilio in
Trullo “il peccato è la malattia dello spirito”, e un ateo è un malato che
ignora la natura maligna del suo stato: la morte spirituale, più temibile di
quella della carne, lo minaccia. La sua salvezza sarebbe l’eliminazione del
germe demoniaco, la lacerazione del velo posto sulla luce di Cristo,
l’acquietamento della rivolta.
Secondo
Erma, nel suo Pastore: “Il Nome di
Dio sostiene il mondo”, lo tiene in equilibrio, fa del caos il cosmo. Per
questo la Chiesa canta il Trisagio nei momenti di perturbazione cosmica; l’invocazione
trinitaria placa gli elementi sconvolti; è il medesimo significato del canto
del Trisagio durante un rito funebre, quando il corpo è deposto in terra, e che
esprime la fede nella risurrezione, nel ristabilimento della norma, nella
santità ontologica.
* * *
La
potenza dell’antidoto dà la misura dell’ampiezza del male. Il malato passa per
una terapia a misura di Dio: il Medico, in luogo del paziente, muore, risorge,
inaugura la sua terapia universale e radicale: Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece
muore, produce molto frutto.[5] La Croce è piantata sulla soglia della
vita nuova, e l’acqua del battesimo riceve il valore sacramentale del sangue di
Cristo.
L’atto
del perdono ci colloca nel cuore dei rapporti tra Dio, il Santo, e l’uomo, il
peccatore: e bisogna cogliere l’infinita profondità di quest’atto. Esso non
implica l’onnipotenza di Dio nel cancellare e rendere inesistente; si tratta
dell’“Agnello immolato prima della fondazione del mondo”; si tratta di Cristo
che, secondo san Paolo, “ci ha perdonato tutti i peccati, ha annullato il
documento scritto del nostro debito e lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla
croce”[6]: la
creazione del mondo affonda le radici nell’immolazione, e il potere di
perdonare viene dal prezzo del sangue versato dall’Agnello crocifisso.
Prendendo sopra di sé i peccati del
mondo, Cristo risponde all’amore del Padre con il suo amore indicibile in vece
nostra, così manifesta il potere ‘morale’ di cancellare, di perdonare e di
restituirci figli del Padre.
Ma
il fiat umano, espressione totale
dell’atto di fede, proclamato dalla Vergine Maria, esige la stessa libertà del fiat creatore di Dio: perciò Dio accetta
di essere rifiutato, misconosciuto, rifiutato dalla rivolta della sua creatura.
Sulla Croce, Dio contro Dio, ha preso le parti dell’uomo e ha reso possibile la
sua guarigione.
* * *
L’adagio
patristico dichiara: “Ciò che non viene assunto da Cristo, non è salvato, non è
guarito”[7]. Al
posto di ogni uomo, Cristo assume, tra i peccati, quello dell’ateismo, della
rivolta atea. Nel suo punto più spinto, l’ateismo è la “uccisione del padre”:
esso rompe il cordone ombelicale che unisce l’uomo all’al di là, al
Trascendente, rompe il legame con l’Abisso paterno e si adagia non nell’inesistenza
di Dio, ma nella sua assenza. Il
“sudore di sangue” di Cristo, la sua indicibile angoscia che attraversa il
grido: Eloì, Eloì, lema sabactàni? –
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” – è una consumazione terribile
proprio dell’assenza, del silenzio del Padre, del suo abbandono del Figlio.
L’unico Uomo “abbandonato” al posto di tutti gli uomini è il Figlio unigenito,
che passa attraverso la porta del grande silenzio carico del peccato di ogni
uomo.
Da: P. EVDOKIMOV, L’uomo icona di
Cristo, Milano, 1984², 128-131.
[1] Lc
23, 34.
[2]
Canone 102: Mansi, t. XI col. 987.
[3] La
natura inferma è risanata dall’antidoto della salvezza, insegna san Giovanni
Damasceno (PG 94, 1332); Origene, per primo, mette la salvezza in rapporto con
la parabola del Buon Samaritano-guaritore (PG 13, 1886-1888; 14, 856 A).
[4] Mt 9, 12-13.
[5] Gv
12, 24.
[6] Col
2, 13.14.
[7] PG
31, 181 C.
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