venerdì 26 aprile 2013

Domenica delle Palme di Roberto Pagani

 
 

Domenica delle Palme

di Roberto Pagani

 

Contrariamente a quanto si può supporre, la celebrazione della domenica delle Palme all’inizio della settimana santa non ha una origine gerosolimitana, dove veniva celebrata durante l’ottava dell’epifania, ma nasce in ambiente costantinopolitano. Sono almeno due gli elementi che depongono a favore di questa tesi, sostenuta dai più insigni storici della liturgia: un sermone di san Giovanni Crisostomo e la lettura evangelica giovannea che mette in sequenza l’episodio della risurrezione di Lazzaro, l’ingresso di Gesù in Gerusalemme e la Pasqua. Già dalle Costituzioni Apostoliche sappiamo che il sabato e la domenica precedenti la Settimana Santa erano di carattere festivo e giungevano al termine del cammino quaresimale, di cui comunque non facevano parte. Sono tanti gli elementi che nella tradizione bizantina sono rimasti ancor oggi a testimoniare questa visione. Il sabato di Lazzaro e la domenica delle Palme hanno un comune tropario di congedo, che unisce i due eventi alla luce della Passione e, soprattutto, della Risurrezione: “Per confermare prima della tua passione, la fede nella comune risurrezione, dai morti hai risuscitato Lazzaro, o Cristo nostro Dio. Per questo, come un tempo fecero i fanciulli portando i simboli della vittoria, noi ti cantiamo come il vincitore della morte: Osanna, nell’alto dei cieli, benedetto colui che viene nel nome del Signore!”. Dobbiamo inoltre tenere presente che, come tutte le grandi feste dell’anno liturgico bizantino che riguardano Gesù, l’ufficiatura della domenica delle Palme non si aggiunge agli uffici di risurrezione propri di ogni domenica, ma li sostituisce integralmente. Inoltre non segue nemmeno il ritmo degli otto toni: da questo punto di vista può essere considerata come una domenica di discontinuità, dato che è l’unica interruzione del ciclo che inizia con la Pasqua, prosegue con la Pentecoste, e si svolge regolarmente durante tutto l’anno con la sequenza ordinata degli otto toni musicali su cui vengono cantate tutte le parte variabili.

Questa caratteristica offre la possibilità di percorrere l’ufficiatura dal vespero del sabato a quello della domenica, evidenziandone le numerose particolarità. Gesù entra in Gerusalemme per manifestare ancora una volta, prima della sua passione e per chi vuole vedere e ascoltare, che in lui si compiono le profezie. Le citazioni bibliche presenti nell’ufficiatura sono numerosissime: partendo da Mosè, Davide, Isaia, Sofonia, Zaccaria, Osea e altri ancora, il Messia e il Servo di Dio, Il Signore dell’universo e l’Agnello dal cui sangue verrà asperso il popolo della nuova alleanza si manifestano in un uomo preciso, che nell’oggi liturgico del memoriale entra a Gerusalemme seduto su un asino come sul trono dei cherubini.

La prima strofa che si canta al Lucernario dei Vesperi, traccia la prospettiva del giorno: “Oggi la grazia dello Spirito Santo ci ha riuniti, e portando tutti la tua croce diciamo: Benedetto colui che viene nel nome del Signore, osanna nel più alto dei cieli”. Commentando proprio questo testo Constantin Andronikof, un teologo russo della diaspora vissuto in Francia nel secolo scorso (è morto nel 1997), ha affermato: “Questa anticipazione della Pentecoste, connessa con l’ingresso trionfale e con la crocifissione, ci fa pensare che, secondo l’ordine delle energie trinitarie, se il Cristo compie la legge e i profeti, lo Spirito Santo compie il vangelo. È lui che raduna in uno stesso spirito i membri della Chiesa perché ne abbiano l’intelligenza; è lui che fa di essi il Corpo di Cristo. Sarà questo il compimento del mistero pasquale, nella Pentecoste”. L’apparenza di Gesù lascia sconcertati, così che l’innografo, citando Isaia, ci fa cantare: “Colui che ha per trono i cieli e per sgabello la terra, il Verbo di Dio Padre, il Figlio a lui coeterno, viene oggi a Betania modestamente seduto su un puledro senza ragione”. Nel contesto veterotestamentario, l’asino era anche utilizzato per umili lavori, ma era anche, in tempo di pace, la cavalcatura di principi e re, Davide e Salomone, così come nel libro dei Numeri diviene uno strumento di cui il Signore si serve nei confronti del profeta Balaam. La terza strofa cantata al Lucernario cita il passo del profeta Zaccaria che verrà letto successivamente: “Anche noi oggi, tutto il nuovo Israele, la Chiesa delle genti, esclamiamo con il profeta Zaccaria: Gioisci grandemente, figlia di Sion, da’ l’annuncio, figlia di Gerusalemme: ecco, il tuo re viene a te, mite e per salvare, montato su un puledro d’asina, figlio di bestia da soma”. La successiva strofa riunisce la risurrezione di Lazzaro con l’ingresso in Gerusalemme, e nella sua seconda parte cita una passo di Baruc così come un versetto del salmo 8: “Prefigurando per noi la tua augusta risurrezione, col tuo comando hai risuscitato un morto, il tuo amico Lazzaro, oramai senza respiro, traendolo dal sepolcro già maleodorante, dopo quattro giorni, o buono; così pure sei salito su un puledro come su un cocchio, per dare un segno alle genti, o Salvatore; e così il diletto Israele ti offre una lode, dalla bocca di lattanti e di bimbi innocenti che ti vedono entrare, o Cristo, nella città santa, sei giorni prima della pasqua”. I sei giorni prima della pasqua sono elemento tipico della lettura giovannea, che pone la morte del Signore la vigilia della pasqua di quell’anno, a differenza dei sinottici per i quali la morte di Gesù avviene proprio nel giorno di pasqua. Con audacia ermeneutica, l’ultima strofa del Lucernario integra la lettura dell’ingresso in Gerusalemme di Giovanni (il brano evangelico che si legge nella Divina Liturgia) con quella di Marco (il brano evangelico che si legge nel Mattutino al posto di quello risurrezionale): “Sei giorni prima della pasqua Gesù venne a Betania, e gli si avvicinarono i suoi discepoli per dirgli: “Signore, dove vuoi che ti prepariamo per mangiare la pasqua? Ed egli li mandò: Andate nel villaggio di fronte e troverete un uomo che porta una brocca d’acqua; seguitelo, e dite al padrone di casa: il Maestro dice: da te farò la pasqua insieme ai miei discepoli”.
 

 
 

È così che l’ingresso in Gerusalemme di Gesù, che per chi lo sa vedere e accogliere ha un carattere trionfale mentre per chi ha il cuore indurito è scandaloso e addirittura ridicolo, oltre all’intronizzazione del Re simboleggia la preparazione dell’Agnello per l’immolazione, come si evince da due delle tre letture che si leggono al Vespero. Nella prima (Gn 49, 1-2; 8-12) Giacobbe raduna attorno a sé i suoi figli e dice loro: “…Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli. Egli lega alla vite il suo asinello e a scelta vite il figlio della sua asina, lava nel vino la veste e nel sangue dell’uva il manto; lucidi ha gli occhi per il vino e bianchi i denti per il latte….”. La seconda lettura (So. 3, 14-20) è un canto di gioia per il ritorno degli esiliati, per la consolazione del piccolo resto di Israele, un annuncio della imminente vittoria sul male, la celebrazione del Salvatore: “Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa». … La terza lettura (Zc 9, 9-15) è una profezia messianica: “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra. Quanto a te, per il sangue dell’alleanza con te, estrarrò i tuoi prigionieri dal pozzo senz’acqua...”. Durante la processione rogazionale, mentre i celebranti e i fedeli si portano nel luogo convenuto, si cantano alcune strofe, nella prima delle quali “lo Spirito Santo, come insegnò agli apostoli a parlare lingue sconosciute, così ispira i fanciulli a cantare: Osanna nel più alto dei cieli, benedetto colui che viene come Re di Israele!”. Una strofa successiva considera l’incomprensibilità dell’economia divina: “Il Figlio e Verbo di Dio, colui che condivide l’eternità col Padre, oggi viene seduto su un asino senza ragione nella città di Gerusalemme; colui che i Cherubini non osano guardare, è celebrato da fanciulli con rami di palma”. In una duplice antinomia, Dio si fa incontro all’uomo, non esita a cavalcare una bestia senza ragione, simbolo della razionalità che vince l’irrazionale idolatria delle nazioni pagane, e colui che suscita rispetto e timore nelle schiere angeliche si lascia festeggiare dai bambini, che nella società del tempo erano davvero i meno considerati. D’altra parte le palme prefigurano la vittoria della risurrezione, mentre “il Signore entra nella città santa, affrettandosi a camminare verso la sua passione, per compiere la Legge e i Profeti”. Ora la divina economia si rivela in tutta la sua cruda realtà, e il fine è la nostra salvezza: “Gloria a te, o Cristo, che siedi nel più alto dei cieli e ora sei atteso con la tua venerabile Croce; la figlia di Sion si rallegra, i popoli della terra esultano di gioia, i fanciulli impugnano rami di palme, i discepoli stendono i loro mantelli, e tutto l’universo impara a cantare: Benedetto sei tu, o Salvatore, abbi pietà di noi”. Nelle strofe che si cantano alla conclusione del Vespero si riprende la profezia di Zaccaria: “Gioisci e rallegrati, città di Sion, tripudia ed esulta, chiesa di Dio”, ma anche quella di Isaia: “tu che cavalchi i cherubini e sei celebrato dai serafini, sei montato su un asinello alla maniera di Davide, o buono” e si ribadisce che “sedendo su un asinello, prefiguravi il passaggio delle genti indomabili dall’incredulità alla fede”. Oggi c’è un secondo tropario, in aggiunta a quello già riportato in precedenza, che conclude l’ufficio del Vespero, e che unisce il tema della risurrezione a quello battesimale (durante la divina liturgia celebrata il sabato, commemorando la risurrezione di Lazzaro, sono stati celebrati anche i battesimi): “consepolti con te per il battesimo, o Cristo Dio nostro, per la tua risurrezione siamo stati resi degni della vita immortale”.

 
 
Ragazzi copti nella Domenica delle palme


 
Al Mattutino, dopo la prima lettura del Salterio, una strofa ricollega la festa oggi celebrata al cammino di preparazione quaresimale e al compimento di tutto: “Con rami di palme spirituali, con l’anima purificata, come i fanciulli esaltiamo con fede Cristo, acclamando a gran voce il Sovrano: Benedetto tu, che sei venuto nel mondo per salvare Adamo dall’antica maledizione, divenendo il nuovo Adamo spirituale, o amico degli uomini, secondo il tuo beneplacito. O Verbo che tutto disponi per il bene, gloria a te!”. Dopo il canto del Polyeleos (Salmi 134 e 135), l’icona della festa, posta al centro della chiesa, viene incensata e venerata attraverso una danza rituale dei celebranti che, sincronicamente, girano intorno all’icona spostandosi su ciascuno dei lati, mentre il coro canta il Megalinario: “Noi ti magnifichiamo, o Cristo che doni la vita, e ti cantiamo: Osanna nel più alto dei cieli, benedetto colui che viene nel nome del Signore”, intercalato da un florilegio di versetti salmici che, per il loro contenuto, sono legati alla festa. Il tropario che segue sembra quasi esprima l’impazienza di giungere al compimento: “Affrèttati, Figlio di Davide, a salvare coloro che hai plasmato, o Gesù benedetto! Per questo infatti sei venuto, affinché conoscessimo la tua gloria”.

Al posto del vangelo risurrezionale (che si legge dall’altare), oggi si legge dal centro della chiesa, davanti all’icona della festa, la versione di Matteo (Mt 21, 1-17) dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme:

 

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: “Andate nel villaggio che vi sta di fronte: subito troverete un’asina legata e con essa un puledro. Scioglieteli e conduceteli a me. Se qualcuno poi vi dirà qualche cosa, risponderete: Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà subito”. Ora questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta: Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma. I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla numerosissima stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via. La folla che andava innanzi e quella che veniva dietro, gridava: Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli! Entrato Gesù in Gerusalemme, tutta la città fu in agitazione e la gente si chiedeva: “Chi è costui?”. E la folla rispondeva: “Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea”. Gesù entrò poi nel tempio e scacciò tutti quelli che vi trovò a comprare e a vendere; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e disse loro: “La Scrittura dice: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera ma voi ne fate una spelonca di ladri”. Gli si avvicinarono ciechi e storpi nel tempio ed egli li guarì. Ma i sommi sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che faceva e i fanciulli che acclamavano nel tempio: “Osanna al figlio di Davide”, si sdegnarono e gli dissero: “Non senti quello che dicono?”. Gesù rispose loro: “Sì, non avete mai letto: Dalla bocca dei bambini e dei lattanti ti sei procurata una lode?”. E, lasciatili, uscì fuori dalla città, verso Betània, e là trascorse la notte”.

 



 
Dopo la proclamazione del brano evangelico, il celebrante recita la preghiera per la benedizione delle palme da distribuire. L’eucologio Barberini gr. 336, il più antico testimone delle preghiere della liturgia bizantina risalente all’VIII secolo, contiene due varianti di questa preghiera, la prima delle quali è grossomodo quella rimasta nell’uso comune: “Signore nostro Dio, assiso sui cherubini, che hai risvegliato la tua potenza e hai mandato il tuo unigenito Figlio e nostro Signore Gesù Cristo per salvare il mondo per mezzo della croce, della sepoltura e della risurrezione; venuto egli a Gerusalemme per la volontaria passione, il popolo che abitava nelle tenebre e nell’ombra di morte, prendendo rami di alberi di palme, simboli di risurrezione, annunciava la risurrezione. Tu stesso, Signore, proteggi anche noi che imitandoli, in questo giorno che inaugura le festività pasquali, rechiamo nelle mani palme e rami di alberi, e, allo stesso modo di quella folla e di quei bambini, a te offriamo l’Osanna, così che con salmi, inni e cantici spirituali, siamo fatti degni della vivificante risurrezione il terzo giorno”. Interessante anche la variante di questa preghiera, forse meno sviluppata teologicamente ma con un maggior numero di riferimenti biblici: “ Signore nostro Dio, onnipotente, al tempo del giusto Noè tu hai reso l’arca simbolo della Chiesa, e nella colomba che recava un ramoscello di ulivo hai prefigurato la venuta dello Spirito Santo. I bambini ebrei hanno dato compimento a questo passo, e ti vennero incontro con rami di ulivo e di palma, gridando e dicendo: “Osanna nell’alto dei cieli, benedetto colui che viene nel Nome del Signore, osanna nell’alto dei cieli! Anche noi, tuoi servi, gridiamo ed esclamiamo: Osanna! Benedetto colui che viene e che di nuovo verrà a giudicare con giustizia, con il Padre e lo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli”. A questo punto, come ogni domenica, i fedeli si recano al centro della chiesa per la venerazione dell’Evangeliario, dove ricevono, al posto dell’unzione, un ramo di ulivo. Inizia quindi il canto del canone, opera di san Cosma vescovo di Maiuma, città della Palestina, vissuto nella prima metà dell’VIII secolo. Il testo, estremamente sintetico dal momento che ogni ode ha solo dai tre ai quattro tropari, è quasi interamente costituito da citazioni scritturistiche: sarebbe bello elencarle, ma il loro numero renderebbe davvero improbo qualsiasi tentativo di lettura, dato che sono circa 100 in soli 28 tropari! Ci limiteremo quindi ad evidenziare solo alcuni temi per poter assaporare la grande qualità della composizione. “Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai fatto salire la lode dei tuoi servi, che ti sei composta per abbattere l’avversario e riscattare, con la passione della Croce la caduta dell’antico Adamo, e far risorgere, mediante un albero, Adamo che ti canta l’inno di vittoria, o Signore”. “La chiesa dei tuoi santi ti offre una lode, o Cristo che abiti in Sion; in te, suo Creatore, si rallegra Israele, e i monti, figura delle genti dal cuore di pietra, al tuo cospetto hanno esultato”. “Il popolo di Israele bevve alla dura roccia da cui sgorgava l’acqua per un tuo comando: ma la roccia sei tu, o Cristo, e la vita, e su questa pietra è stata consolidata la Chiesa”. “Il re dei secoli, il Signore, verrà rivestito di potenza: in Sion è l’incomparabile bellezza del suo splendore e della sua gloria”. Il Signore è qui, colui che ha misurato cielo e terra col palmo della mano: egli infatti ha eletto Sion per abitare in essa, e ha scelto si regnare sul popolo che acclama con fede: Gloria, Signore, alla tua potenza”. “Sali sul monte, tu che rechi la buona novella a Sion, e tu che dai l’annuncio a Gerusalemme, alza con forza la voce: cose gloriose sono state dette di te, città di Dio. Pace su Israele e salvezza alle genti”. “Sion, monte santo di Dio, leva intorno gli occhi e guarda, o Gerusalemme, e vedi i figli radunati in te: ecco, sono venuti da lontano per adorare il tuo re”. “Gli spiriti dei giusti gridarono di gioia: ora si conclude col mondo una nuova alleanza, il popolo si rinnova con l’aspersione del sangue divino”. “Cavalcando un giovane asinello, giunge a te il tuo re, o Sion, il Cristo. È venuto ad annientare l’irrazionale seduzione degli idoli, e a domare l’indomabile impeto di tutte le genti”. “Cristo giunge mite e per salvare, seduto su un asinello, il giusto Redentore nostro, per abbattere la tracotanza equina del nemico”. “L’iniquo sinedrio degli increduli è escluso dalla cinta divina, perché ha fatto della casa di preghiera di Dio una spelonca di ladri, cacciando dal loro cuore il Redentore”. “Egli è Dio, nessuno è pari a lui. Egli ha scrutato ogni via giusta e l’ha data a Israele, suo diletto; poi ha vissuto con gli uomini e si è fatto vedere”. “Perché, o ribelli, ponete inciampi sulla via? Sono veloci i vostri piedi per versare il sangue del Sovrano! E tuttavia egli risorgerà, per salvare quanti acclamano: Benedetto colui che viene nel nome del Signore, nostro Salvatore”.

L’ipakoi, che si canta dopo la terza ode, guarda con timore al peccato all’ingratitudine dell’uomo: “Prima lo acclamano con le palme, poi lo catturano con i bastoni”, ma prosegue con fiducia: “ma con fede immutabile gridiamo incessantemente: Benedetto sei tu che vieni per richiamare Adamo dall’esilio”.

L’ikos che segue il kontakion rilegge l’episodio della strage degli innocenti in chiave pasquale: “I bambini ti esaltavano con palme, o Cristo, come vincitore perché hai legato l’ade, o immortale, ucciso la morte e risuscitato il mondo. Essi dicono: I bimbi non saranno più sgozzati per il bimbo di Maria, perché per tutti, bimbi e vecchi, tu solo sarai crocifisso. La spada non si volgerà più contro di noi, perché il tuo fianco sarà trafitto dalla lancia”. Il sinassario si conclude dicendo: “nella tua ineffabile misericordia, o Cristo Dio nostro, rendici vincitori delle passioni irrazionali, e facci degni di vedere la tua splendida vittoria contro la morte, la tua luminosa e vivificante risurrezione”.

  
 
Bergamo, Accademia Carrara, il Cristo Sposo della Chiesa
 

In una strofa delle Lodi si sottolinea il tema dello Sposo (sarà quello dominante nei primi giorni della Settimana Santa): “Uscite, genti, uscite, popoli, contemplate oggi il Re dei cieli che si avvicina a Gerusalemme su un povero asinello come su un trono eccelso. Generazione adultera e incredula dei giudei, vieni e contempla colui che vide Isaia, venuto per noi nella carne. Vedi come egli sposa la nuova Sion quale sposa casta, e respinge la sinagoga riprovata. Come a nozze senza macchia né corruzione, accorrono acclamanti i fanciulli senza macchia e ignari del male: con loro anche noi acclamiamo, cantando l’inno angelico: Osanna nel più alto dei cieli, a colui che possiede la grande misericordia”.

La pericope evangelica cantata durante la Divina Liturgia è Gv 12, 1 -18:

 

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”. Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù. Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele! Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, seduto sopra un puledro d’asina. Sul momento i suoi discepoli non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato scritto di lui e questo gli avevano fatto. Intanto la gente che era stata con lui quando chiamò Lazzaro fuori dal sepolcro e lo risuscitò dai morti, gli rendeva testimonianza. Anche per questo la folla gli andò incontro, perché aveva udito che aveva compiuto quel segno”.

 

 

La domenica sera, durante il Vespero, viene ripreso il tema del Cristo Sposo, citando il profeta Osea: “Sinagoga malvagia e adultera che non hai serbato fedeltà al tuo sposo, perché tieni un testamento di cui non sei l’erede? Perché ti vanti nel Padre, tu che hai disonorato il Figlio? Non hai accettato i profeti che hanno annunciato il Figlio; ma allora vergognati, sentendo i tuoi figli acclamare: Osanna al figlio di Davide, benedetto colui che viene nel nome del Signore”.

Ora siamo proprio sulla soglia: la settimana santa sta per iniziare, siamo portati a contemplare la manifestazione più profonda dell’amore folle di Dio: “Dalle palme e dai rami, quasi passando da una festa divina all’altra, corriamo, o fedeli, alla venerabile solennità salvifica dei patimenti del Signore: contempliamolo mentre volontariamente si assoggetta per noi alla passione e dà la sua vita in riscatto di tutto l’universo. Cantiamogli grati un inno melodioso, acclamando: O fonte di misericordia e porto di salvezza, Signore, gloria a te!”.

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